Il Racconto culinario | Food writing | Manuela Longo
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Food writing: il racconto culinario

Food writing: il racconto culinario

Da anni mi occupo di food writing. Ho fondato un’agenzia specializzata in strategie di marketing e comunicazione nel mondo Food&Beverage perché io per prima sono una grande appassionata di questo settore. Ho diretto un importante mensile nel mondo della cucina e mi interesso di Scienze Gastronomiche (potrei dire che sono una studentessa autodidatta). Sono una foodie fin nelle viscere: adoro tutto ciò che ha a che fare con i trend e i consumi nel mondo della cucina. Negli anni ho messo insieme una biblioteca culinaria di centinaia di volumi (tra saggi, manuali, romanzi e altro), oggi a disposizione del mio team.

Il food writing, quindi, è attualmente il genere di scrittura creativa che più amo e più mi impegna, senza nulla togliere ad altri argomenti che torno a sfiorare molto spesso o ai quali mi incuriosisco in particolari momenti della mia vita. E poiché anche la food writing ha le sue “specialità”, la mia preferita è il racconto culinario. Mi piace l’idea di raccogliere ricordi miei e altrui e costruirvi un racconto in cui il food si veda e si senta. Evocare i sapori, stuzzicare l’appetito, muovere altri ricordi, far sopraggiungere profumi e sensazioni… questo è lo scopo.

In occasione della Pasqua, vi lascio qui un esempio che ha a che fare con questa festività, apparso su una rivista qualche anno fa. Non è autobiografico ma è una storia vera, frutto di narrazioni che ho ascoltato tante volte dagli anziani nel piccolo borgo abruzzese in cui sono cresciuta.

Intrecci di pane

La sera di Sabato Santo eravamo soliti andare a dormire prestissimo, i grandi avevano lo stomaco vuoto perché osservavano il digiuno dal venerdì, noi piccoli facevamo “i bravi”, cioè mangiavamo il poco che la nonna ci metteva sotto il naso e ce stavamo lontani dai dolciumi. Era il nostro modo di prendere parte alla devozione degli adulti. La mattina di domenica, però, iniziava all’alba. Gesù era risorto e non c’era più motivo di starsene a pancia vuota, anzi, si poteva finalmente festeggiare. Vivevamo con la nonna, in una grande casa di campagna. Lei abitava al piano terra, che poi altro non era che un’immensa cucina dove finiva per preparare i pasti anche per noi. In fondo al corridoio stretto e umido c’erano la sua camera da letto, la mia e un piccolo bagno. Tutto qui. Il nonno era mancato già da molti anni. Non sapevo precisamente da quanti, ma ne avevo già allora un ricordo trasparente che oggi, per quanto mi sforzi, non riesco più ad afferrare. 

I primi passi dell’alba erano di mia nonna che andava in cucina svelta svelta e cominciava a trafficare con i pentoloni. Si sentivano i manici che urtavano contro i manici, le padelle che finivano le une sulle altre accatastate sul piano di lavoro, i cassetti che si stiracchiavano contro la sua pancia. Le prime a finire nella pentola era le uova, dodici da far sode, dodici per la frittata, altre otto erano destinate alla fontana di farina per le tagliatelle del pranzo. All’appello ne mancavano solo quattro, quelle che erano state utilizzate il giorno prima per noi nipoti. Per me, per mio fratello Aldo e per i cuginetti, Vanessa e Giacomo che facevano con noi la colazione e il pranzo di Pasqua. Trentasei uova. Mai una di meno. Qualcuna in più, forse, se le galline si davano da fare. Quando le uova erano sode, mia madre era già lì per sgusciare. Avrei tanto desiderato poterla aiutare! Invece, potevo solo indovinare quello che succedeva, restando con gli occhi chiusi nel mio letto, a solo qualche passo dall’immensa cucina.

Riconoscevo bene il momento in cui la nonna rompeva con vigore le uova nella ciotola per poi sbatterle velocemente e farne una frittata. Chissà perché ci convincono che la frittata sia il piatto più facile da cucinare! A me non è mai riuscito di mangiarne di così buone dopo aver lasciato casa dei miei. E quella di Pasqua era squisita: alta, soffice, con le verdurine dell’orto o qualche pezzetto di prosciutto “nostro”. A mia madre scappava sempre un gridolino quando la nonna faceva volteggiare il suo capolavoro, gongolando per quella bella superficie dorata che si era formata sul lato già cotto. Da quel momento in poi, la nonna avrebbe profumato di frittata per tutto il giorno. Odorava di frittata quando ci alzavamo e le davamo un bacio di “Buona Pasqua”, e odorava di frittata anche la sera, quando tutti i riti erano giunti a conclusione e poteva godersi un film in bianco in nero, di quelli comici che le piacevano tanto. Perché mia nonna non era una vecchia signora malinconica, era una nonna allegra, che prendeva la vita sotto braccio e le parlava all’orecchio. Le spiegava come stavano le cose e, stranamente, l’universo la stava a sentire, mandandole solo quello che poteva sopportare.

Sapeva di frittata, dunque, ma mentre la cucinava non era che all’antipasto. Poi sarebbe passata all’agnello cotto in una salsina di formaggio piccante e pepe, alla torta salata che si sbizzarriva a farcire in mille modi diversi, e alla focaccia. E infine, aiutandosi con il suo guantone bruciacchiato, avrebbe tirato fuori dal forno la sua mantovana, una torta di mandorle eccezionale che cospargeva di tanto zucchero al velo per la felicità di noi bambini. Ed era quando la sformava che suonava la sveglia per tutti. Non aveva teglie con cerchi apribili, mia nonna. Come tutte le donne della sua età, otteneva lo stesso risultato con qualche colpo ben assestato e tanta esperienza. Sbatteva il testo sulla spianatoia e la torta faceva un sobbalzo, scollandosi dal fondo, pronta per scivolare dentro un bel vassoio. 

Quando noi altri arrivavamo in cucina, la mamma aveva già apparecchiato con la tovaglia buona, le posate d’argento e i piatti di porcellana bianca, un servizio bellissimo ed il solo che ricordo di aver visto in quella casa nei giorni di festa. I tovaglioli a piccoli pois erano piegati con cura e avvolti con un nastrino o un pezzetto di spago da cucina. Erano appena le nove e la mattina di Pasqua iniziava così, come un pranzo che non sarebbe finito prima del tardo pomeriggio. I grandi mangiavano di gusto sia l’antipasto che la carne, accompagnando ogni pietanza con pane abbrustolito e focaccia. Noi bambini facevamo una colazione ricca ma più tradizionale e ci servivamo larghe fette di dolce. Nessuno ci rimproverava il giorno di Pasqua. Contava essere grati, in pace, allegri più che si poteva. Alle undici, però, dovevamo essere già vestiti e pettinati per bene, perché la Messa non si poteva saltare per nulla al mondo. 

Preferivo la Pasqua quando arrivava in aprile perché faceva abbastanza caldo da poter indossare calzini corti e scarpe di vernice. Andavamo in chiesa così, tutti insieme e, lo ammetto, un po’ mi annoiavo, ma guai a farlo capire alla nonna che prendeva posto sempre nel banco dietro noi piccoli e bastava una minima distrazione perché mi tirasse la treccia che ho portato fin quasi alle scuole medie. Le rare volte in cui sedevamo l’una accanto all’altra, mi piaceva vedere il suo viso soddisfatto annuire agli ammonimenti del parroco durante l’omelia. Quel su e giù solenne con il quale accompagnava la funzione mi infondeva una strana sensazione di tranquillità e di sicurezza. Mi piaceva che confermasse tutti quei sani principi con un solo, unico gesto che persino io, benché fossi ancora una bambina, potevo capire. Una volta a casa, dopo la Benedizione, dopo i canti, dopo i saluti e gli auguri tra i parrocchiani, dopo aver consegnato il cesto di dieci uova alla perpetua di Don Matteo, una volta a casa, la ricompensa era grande. 

Per ognuno di noi nipoti la nonna preparava una figurina di pane, una bambola per me e Vanessa, un cavalluccio per Aldo e Giacomo. Tutti con un uovo nella pancia. Qualche volta, se si prevedeva la visita di altri bimbi, le figurine lasciavano il posto a grosse trecce che terminavano con un uovo. Ed erano uguali per tutti! Nonna chiamava quelle trecce, “pupe” perché in realtà rappresentavano il fagotto nel quale si fasciava il bebè, mentre l’uovo, dipinto o al naturale, doveva essere la testolina.

Naturalmente io adoravo la bambola! Mentre i grandi riprendevano i pasti, dando il via ad un pranzo interminabile, passavo buona parte del pomeriggio ad accarezzare i dettagli della mia figurina: le treccine, il cappello, il canestro con i fiori o la borsettina, le pieghe del vestito ancora un po’ sporche di farina e le scarpine con tanto di fiocco. Particolari più o meno precisi, ma sempre realizzati con amore. Perché non doveva sembrare un lavoro frettoloso. E infatti non lo era. La mamma una volta mi raccontò che spesso la nonna si ispirava alle bambole vere per fare quelle di pane, alle cartoline, ai calendari illustrati o a qualche ritaglio di giornale. Ho scoperto molti anni dopo che, in realtà, queste figurine avevano una spiegazione antropologica. Rappresentavano la fecondità, la rinascita. La vita. Erano il simbolo della Pasqua. Di certo lo erano della mia.

Se vi piace scrivere racconti di cucina, centinaia sono le fonti di ispirazione: dai bellissimi manuali illustrati che riempiono le librerie ai saggi fino ai romanzi. Mi piacerebbe dedicare un post a parte a una lunga lista sul genere, ma probabilmente neanche questo basterebbe. Personalmente, amo molto la narrazione semplice, genuina e ricca di ricordi di Tessa Kiros. I suoi libri sono editi in Italia da Guido Tommasi. Regalatevene uno per Pasqua e… cominciate ad esplorare i vostri ricordi che sanno di buono. Tanti auguri a voi tutti.

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